Canossiane

Canossiane di Schio

Santa Giuseppina Bakhita

La ricorrenza del LX della nascita al Cielo di madre Giuseppina Bakhita ci fa ripercorrere alcuni momenti salienti della sua dipartita e dei sentimenti degli Scledensi all’annuncio della sua morte.

Fu don Giovanni Munari, il sacerdote legato a lei da profonda riconoscenza, perché da seminarista, ammalato e ricoverato in sanatorio a Bassano, per le preghiere e le offerte della Santa ottenne la guarigione, a pronunciare su di lei le preghiere dell’ultima ora: “Proficiscere, anima christianaParti anima cristiana e va’ incontro al tuo Dio…”. “Sí, sí – rispose – “madre Moretta” (cosí era chiamata familiarmente) – è ora che vada dal me Paròn”. E si spense. Ma iniziò la sua gloria. Si propagò immediatamente la notizia e fu un accorrere di persone. Ragazze, donne, giovanotti, signori, tutti avanzavano rispettosi, attratti dalla pace che emanava e che diffondeva anche attorno a sé. Tutti volevano toccarla: quel corpo rimasto morbido, flessibile, pareva un miracolo. Bakhita era ora felice fra le braccia del suo Padrone, quel Padrone cosí buono, vosí diverso da qualsiasi padrone della terra quanto l’amava. Forse questo Padrone le ricordava suo padre, che aveva goduto troppo poco. Poi altri padroni nella sua fanciullezza e adolescenza di schava. La schiavitú conosciuta troppo presto, le mostrò il volto duro e crudele della vita. La frusta, maneggiata con abilità da padroni e da schiavi sugli schiavi, le aveva strappato pelle e tessuti come ebbe lei stessa a narrare. Ma, quando la Provvidenza spezzò le catene e la trasportò “in piú spirabil aere”, Bahita conobbe anche il Paron vero, quello buono, che ama tutti, che ha mandato suo figlio, Gesú a morire in croce per noi, Fu quell’amore del Padre a ridarle cosa e affetti.

Tutti coloro che hanno conosciuto santa Giuseppina Bakhita l’hanno am

ata. Quando poté dire riguardo ai suoi carnefici: “Poveretti, non sapevano di farmi tanto male”, “madre Moretta” si

Una rara immagine di santa Giuseppina Bakhita negli anni Trenta.

era già pacificata con il suo passato. I suoi messaggi sono forti e sempre nuovi.

Il Battesimo che l’ha resa figlia di Dio, figlia della Chiesa. “Io, povera grama” e ricordava quella data cosí cara.

Il perdono. Quando le fu chiesto che cosa avrebbe detto a quelli che l’avevano rapita rispose: “Mi inginocchierei davanti a loro, perché senza di essi non sarei cristiana, né suora”. Oltre il perdono, quindi.

La misericordia di Dio. Bisogna conoscerla per apprezzarla. Dio è piú grande di ogni nostro peccato, per questo santa Giuseppina dirà: “me ne vado adagio adagio, portando due valige: quella piú piccola con i miei peccati, quella piú grande con i meriti infiniti del Signore Gesú… Dirò a san Pietro: “Pesate: io resto””. La misericordia di Dio l’aveva resa sicura e serena.

Questa figlia d’Africa viene a ricordarci le grandi realtà che reggono la nostra vita. Seppe amare con cuore umile e sincero tutte le persone che incontrava: piccoli e grandi. A tutti ha insegnato ad amare. Papa Giovanni Paolo II, elevandola agli onori degli altari, la definí: “Sorella universale” e resta sorella per ognuno che la invoca e le chiede aiuto.

Aveva detto sul letto di morte: “Coraggio, io pregherò per voi”.